SIGNATURE di Davide De Vincentiis – 

Ci sono vittorie che terminano con una premiazione e gesti che continuano a vivere molto tempo dopo. Tra ciò che accade e ciò che rimane esiste uno spazio nel quale il risultato perde la propria urgenza, acquista significato e diventa parte della memoria collettiva.


Una partita finisce sempre. È forse questa la prima certezza dello sport: il tempo scade, il cronometro si ferma, qualcuno vince e qualcun altro perde. Anche l’impresa che sembrava impossibile, nel momento stesso in cui viene compiuta, appartiene già al passato. Eppure non tutto finisce nello stesso momento, perché ci sono vittorie che rimangono legate alla loro data e altre che sembrano riuscire a liberarsene, campioni che appartengono alla propria generazione e altri capaci di parlare anche a quelle che non li hanno mai visti, gesti durati pochi secondi che finiscono per possedere una vita molto più lunga delle persone che li hanno compiuti.


È dentro questa apparente contraddizione che lo sport comincia a diventare cultura, perché il tempo della competizione e quello della memoria non coincidono. Il primo può essere misurato: novanta minuti, dieci secondi, cinque set, settanta giri. Il secondo non possiede un cronometro. Può durare una vita, attraversarne molte, scomparire per qualche tempo e tornare improvvisamente attraverso una fotografia, un racconto, un’immagine che qualcuno decide di consegnare a qualcun altro.


Ed è forse proprio questo il primo grande paradosso dello sport: vivere quasi ossessionato dal tempo e riuscire, nelle sue espressioni più grandi, a superare il limite del proprio tempo. Il cronometro misura una prestazione, i novanta minuti delimitano una partita, il calendario conclude una stagione e l’età stabilisce inevitabilmente la durata di una carriera. Tutto nello sport sembra possedere un confine temporale e, tuttavia, proprio dentro quei confini possono accadere cose che quei confini non riescono più a contenere.
Ed è curioso che proprio lo sport, che ha costruito una parte della propria identità sulla misurazione, produca alcune delle cose più difficili da misurare.

Sappiamo quanti gol ha segnato Maradona, ma nessuna statistica riuscirà a stabilire cosa abbia significato per Napoli. Conosciamo il 19″72 di Pietro Mennea, ma nessun cronometro può dirci quanto sia durata davvero quella corsa nella cultura sportiva italiana. Possiamo contare le vittorie di Ayrton Senna, senza riuscire a contare quante persone abbiano riconosciuto in lui un’idea del limite, del talento, dell’ossessione e persino della fragilità.


Forse è proprio in questa distanza che il numero incontra il significato. Il primo certifica ciò che è accaduto, mentre il secondo si forma lentamente e decide ciò che di quell’evento continuerà a esistere. Non siamo neppure noi a poterlo stabilire completamente. Possiamo celebrare un’impresa, raccontarla, conservarne le immagini e tramandarne il ricordo, ma sarà il tempo a decidere se quella vittoria continuerà a parlare oppure diventerà semplicemente una riga dentro un archivio.
La cultura, del resto, possiede una caratteristica particolare: non può essere proclamata, perché ha bisogno di formarsi e sedimentare, di passare da una persona all’altra fino al punto in cui qualcosa che apparteneva a un singolo momento comincia ad appartenere a molti.


È accaduto con Pelé, Muhammad Ali, Maradona, Michael Jordan, Ayrton Senna. A un certo punto i loro nomi hanno smesso di indicare esclusivamente degli atleti e sono diventati anche idee, rappresentazioni, modi attraverso i quali interpretiamo qualcosa di più grande della competizione. Pelé è diventato un’immagine universale del calcio, Ali ha portato la propria voce molto oltre il ring, Senna ha finito per rappresentare una particolare relazione dell’uomo con il limite, mentre Maradona continua a raccontare un legame tra individuo, popolo e città che i soli risultati sportivi non riuscirebbero mai a spiegare completamente.


Ed è forse quando questo accade che cominciamo a comprendere davvero la forza culturale dello sport, perché un ragazzo può conoscere Pelé senza averlo mai visto giocare, emozionarsi davanti alla corsa di Mennea senza essere nato quando Mennea correva, osservare il casco di Senna e avvertire che dietro quei colori esiste qualcosa pur non possedendo alcun ricordo personale di lui. Non ha vissuto quel momento, eppure quel momento può appartenergli, perché esiste una differenza profonda tra il ricordo, che ha bisogno dell’esperienza vissuta, e la memoria, che invece può essere ricevuta e consegnata.


Quando ciò che una generazione ha vissuto riesce ad acquistare significato anche per una generazione che non era presente, quella storia ha superato il limite della propria epoca. Non ha sconfitto il tempo, perché nessuno può farlo: ha compiuto qualcosa di forse ancora più interessante, è riuscita ad abitarlo.
È questo che rende lo sport molto più profondo della semplice successione dei risultati. Ogni domenica produce vincitori, ogni stagione assegna titoli e ogni epoca stabilisce record destinati prima o poi a essere superati, ma il superamento di un numero non determina necessariamente la scomparsa di ciò che quel numero aveva rappresentato. Un uomo può smettere di essere il più veloce e continuare a rappresentare la velocità; un campione può perdere un primato statistico conservando intatta la propria grandezza culturale; una squadra può essere superata nei risultati e continuare a essere studiata perché ha modificato il modo stesso di pensare il gioco. La cultura compie proprio questo passaggio: libera la grandezza dalla necessità di rimanere per sempre un record.


Ed è un ragionamento che riguarda profondamente anche il presente, perché probabilmente, mentre osserviamo lo sport di oggi, stiamo assistendo a qualcosa che riusciremo a comprendere davvero soltanto domani. Il presente possiede una vicinanza che spesso impedisce di vederne la profondità: ci mostra il risultato, la prestazione, la polemica, il record, ma non ci concede ancora la distanza necessaria per capire quale traccia lasceranno.


Per questo raccontare lo sport significa anche resistere alla tentazione di consumarlo. La nostra epoca ci permette di conoscere quasi tutto nell’istante stesso in cui accade, ma sapere prima non significa necessariamente comprendere meglio, perché l’informazione vive della velocità mentre il pensiero necessita della distanza e la cultura, inevitabilmente, del tempo.


Forse è proprio per questo che alcune storie continuano a interrogarci quando la loro cronaca è terminata da decenni. Non torniamo a Pelé, Mennea, Ali, Maradona o Senna per conoscere un risultato che appartiene ormai agli archivi, ma perché continuiamo a cercare dentro quelle imprese qualcosa che i numeri non sono riusciti a trattenere completamente. È in questa ricerca che una storia progressivamente si libera dal momento nel quale è accaduta, attraversa persone che non erano presenti e acquista significati che forse nemmeno i suoi protagonisti avrebbero potuto immaginare. A quel punto lo sport non ha sconfitto il tempo, perché il tempo non può essere sconfitto: ha fatto qualcosa di diverso, è riuscito ad abitarlo, trasformando ciò che era accaduto in ciò che continua a significare.


Ed è forse allora che lo sport diventa davvero cultura, quando il cronometro ha già stabilito tutto ciò che poteva misurare e resta ancora qualcosa che nessun cronometro potrà misurare, perché la grandezza più difficile da conquistare nello sport comincia proprio quando la gara è già finita.


Davide De Vincentis
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