DOSSIER – di Matteo D’Angelo –
DOSSIER ESPORTIX | EUROPEAN ATHLETICS CHAMPIONSHIPS –
Dal 10 al 16 agosto l’Alexander Stadium ha accolto l’Europa dell’atletica per sette giorni di finali, record, consacrazioni e sfide decise sul filo dei centesimi e dei centimetri. L’Italia ha chiuso davanti a tutti con 10 ori e 22 medaglie, confermando lontano da Roma una dimensione ormai strutturale. Ma Birmingham 2026 è stata soprattutto una settimana da vivere e da conservare: perché dietro ogni risultato rimane il momento esatto in cui un atleta ha dovuto conquistarlo.
Birmingham, 10 agosto 2026, la pista dell’Alexander Stadium aspetta i primi passi, le pedane i primi salti e i primi lanci. Sulle tribune britanniche comincia una settimana destinata ad assegnare cinquanta titoli europei e, per molti degli uomini e delle donne entrati nello stadio, a cambiare il posto occupato nella storia della propria disciplina. In quel momento nessuno possiede ancora una medaglia. È forse questo uno degli istanti più affascinanti di una grande manifestazione: Duplantis è Duplantis, Battocletti è Battocletti, Tamberi è Tamberi; ci sono campioni olimpici, mondiali ed europei, favoriti e outsider, ma quando comincia una finale il passato smette di garantire qualsiasi cosa bisogna vincere ancora.
Birmingham lo ricorderà continuamente, lo farà attraverso un centimetro nel salto in lungo femminile, attraverso un’asticella posta a 6,15 metri, attraverso gli 800 metri corsi in 1:54.81, attraverso i 18,15 metri di Andy Díaz Hernández. Lo farà attraverso campioni capaci di confermarsi e altri che proprio in Inghilterra troveranno il giorno destinato a cambiare la propria carriera e lo farà attraverso un’Italia arrivata in Gran Bretagna con una domanda inevitabile sulle spalle. Due anni prima, Roma 2024 aveva consegnato agli azzurri 24 medaglie e 11 ori, un risultato enorme costruito dentro uno Stadio Olimpico che aveva accompagnato ogni impresa. Birmingham avrebbe dovuto dire quanto di quella grandezza sarebbe rimasto lontano da casa. La risposta arriverà sette giorni dopo. Prima, però, bisogna attraversarli.
SETTE GIORNI PER VINCERE ANCORA
L’Italia comincia dalle pedane, Leonardo Fabbri arriva al peso da campione europeo in carica e accanto a lui c’è Zane Weir. La prima volta bisogna dimostrare di poter vincere; la seconda bisogna dimostrare che la prima non sia stata un episodio. La pedana, però, non conosce curriculum, sei lanci, un cerchio di 2,135 metri, avversari pronti ad approfittare di ogni errore. Fabbri difende il titolo conquistato a Roma e Weir completa la doppietta italiana con l’argento, Birmingham ha appena cominciato e l’Italia possiede già il primo oro.
Poi arriva Nadia Battocletti, nei 5.000 metri il cronometro racconta soltanto una parte della gara: contano le posizioni, gli sguardi, le energie conservate, il momento nel quale qualcuno decide che l’attesa è terminata. Battocletti aspetta, quando arriva l’ultimo giro cambia tutto: 58,7 secondi, la finale diventa sua. Nadia difende il titolo conquistato a Roma e alle sue spalle Micol Majori completa la serata italiana con il bronzo. Due anni dopo, lontano dallo Stadio Olimpico, l’azzurro è ancora lì.
Ma Birmingham non è soltanto Italia, ed è proprio questo che rende grande la settimana inglese. Miltiadis Tentoglou conquista il quarto titolo europeo consecutivo nel lungo; Bence Halász porta il martello a 84,25 metri, record nazionale ungherese; Matthew Hudson-Smith, sulla pista che conosce da quando era ragazzo, diventa il primo uomo capace di vincere tre titoli europei nei 400 metri. Il padrone di casa vince davanti al proprio pubblico e l’Alexander Stadium glielo fa sentire.
Negli 800 metri femminili Audrey Werro trova davanti a sé Keely Hodgkinson. Non è una finale nella quale qualcuno le consegna un titolo: deve prenderselo. Il rettilineo conclusivo diventa un confronto, Hodgkinson prova a raggiungerla, Werro continua a correre. Il cronometro si ferma a 1:54.81. Record dei Campionati. Un primato che resisteva dal 1982 cade dentro una finale nella quale la grandezza dell’avversaria rende ancora più importante la prestazione della vincitrice.
Karsten Warholm costruisce qualcosa di simile nei 400 ostacoli, vince il quarto Europeo consecutivo e chiude in 46.63, altro record dei Campionati. Non è più soltanto una medaglia: è continuità dentro la storia.
Gianmarco Tamberi porta con sé un rapporto particolare con gli Europei. Amsterdam, Monaco, Roma. Adesso Birmingham. L’asticella sale fino a 2,32 metri e Gimbo è ancora campione d’Europa. Quattro titoli continentali outdoor. Per un atleta che ha attraversato la consacrazione, l’infortunio, la ricostruzione, l’oro olimpico e il titolo mondiale, Birmingham aggiunge un’altra pagina. La grandezza, qualche volta, consiste anche nella capacità di tornare lassù, ancora.
NADIA, LARISSA, ANDY: QUANDO UNA GARA DIVENTA MEMORIA
Venerdì 14 agosto Nadia Battocletti torna sulla pista, questa volta sono 10.000 metri, venticinque giri, la doppietta 5.000-10.000 l’aveva già realizzata a Roma 2024; ripeterla due anni più tardi significa trasformare un’impresa in continuità.
La gara procede e Nadia non ha bisogno di avere fretta. È ormai una delle grandi interpreti internazionali della distanza e sa che in una finale lunga l’energia spesa nel momento sbagliato non ritorna. Rimane dentro la corsa, controlla, aspetta. Poi arriva la zona nella quale i calcoli finiscono. Battocletti cambia ritmo, il passo si allunga, le avversarie devono decidere immediatamente se seguirla, la distanza comincia ad aprirsi, ultima curva, rettilineo. Ormai non serve voltarsi, 31:41.17.
Nadia Battocletti è ancora campionessa d’Europa dei 10.000. Cinquemila e diecimila. Ancora. Birmingham certifica definitivamente qualcosa che negli anni precedenti si era progressivamente costruito: l’Italia non possiede semplicemente una grande mezzofondista. Possiede una delle grandi interpreti internazionali della propria epoca.
Poi alcune prestazioni hanno bisogno, prima ancora delle parole, di un numero, 18,15.
Andy Díaz Hernández corre verso l’asse di battuta, Hop, step, jump, tre fasi che devono rimanere legate mentre velocità, forza e controllo cercano un equilibrio che dura pochi secondi. Poi la sabbia e lo sguardo verso il tabellone.
Diciotto metri e quindici centimetri, da quel momento la finale del triplo cambia significato. Pedro Pichardo è lì: campione olimpico, mondiale ed europeo, uno dei grandi interpreti della specialità. Deve rispondere. Ed è proprio la presenza di un avversario di quel livello a spiegare quanto valga ciò che Díaz ha appena fatto. Pichardo prova, ma 18,15 rimane davanti. Andy Díaz Hernández è campione d’Europa; Andrea Dallavalle aggiunge il bronzo e porta due italiani sul podio.
Tra dieci o vent’anni il risultato continuerà a dire 18,15, ma per capire Birmingham bisognerà ancora poter immaginare la rincorsa, i tre appoggi, la sabbia e quell’istante nel quale gli occhi cercano il tabellone. È questa la differenza tra registrare un risultato e conservarne la memoria.
Anche Dariya Derkach trova a Birmingham la propria misura: 14,60, primato personale e titolo europeo. Pochi mesi prima era tornata progressivamente ai propri livelli dopo un periodo complicato; in Inghilterra la ricostruzione arriva fino al gradino più alto. Perché un Europeo è fatto anche di questo: gli ori hanno lo stesso colore, ma quasi mai raccontano la stessa storia.
E poi arriva domenica 16 agosto, ultima giornata, finale del salto in lungo femminile. Larissa Iapichino entra in pedana sapendo che davanti ha alcune delle migliori interpreti europee: Malaika Mihambo, Jazmin Sawyers, Agate de Sousa, Hilary Kpatcha, non aspetta.
Prima rincorsa, accelera, trova l’asse, stacca, vola, cade nella sabbia, il tabellone restituisce 7,00 metri, al primo tentativo.
Da quel momento la finale cambia, ora tutte conoscono la misura necessaria per batterla e per Larissa comincia la parte più difficile: aspettare. Sawyers arriva a 6,99, un centimetro, Kpatcha a 6,98, due centimetri. De Sousa si ferma a 6,96, Mihambo a 6,94. Quel 7,00 rimane davanti mentre una dopo l’altra le avversarie provano a cancellarlo, non ci riescono.
Larissa Iapichino è campionessa d’Europa outdoor per la prima volta. Due anni prima, a Roma, era stata argento. A Birmingham è davanti a tutte e dentro quella vittoria esiste anche una geografia familiare impossibile da ignorare: sua madre Fiona May è britannica, è stata due volte campionessa mondiale del lungo e una delle grandi interpreti della storia italiana della specialità. Larissa conquista il proprio primo Europeo outdoor proprio in Gran Bretagna. Lo sport qualche volta costruisce coincidenze che sembrano preparate in anticipo. Ma bisogna comunque saltare sette metri per renderle possibili.
BIRMINGHAM, L’EUROPA E I SUOI CAMPIONI
L’Europeo appartiene anche alla nazione che lo ospita e Birmingham trova il proprio volto in Amy Hunt.
Prima i 100 metri, poi i 200, poi la 4×100 femminile, infine la nuova 4×100 mista, quattro ori.
Nessun atleta, prima di lei, aveva vinto quattro titoli nella stessa edizione dei Campionati Europei. La Gran Bretagna corre la 4×100 femminile in 42.05 e nella staffetta mista arriva anche il record europeo. Hunt non è più semplicemente una delle velociste britanniche più importanti della sua generazione: in sette giorni diventa uno dei simboli di Birmingham 2026.
Accanto a lei l’Europa continua a produrre atletica di livello mondiale. Kristjan Čeh porta il disco a 72,51 metri e costruisce una finale nella quale supera ripetutamente la barriera dei settanta. Andreas Almgren domina i 10.000 maschili in 27:23.44, record dei Campionati. Ogni disciplina sembra trovare almeno una sera nella quale la medaglia non basta a raccontare ciò che è accaduto e nell’ultima notte rimane Armand Duplantis.
Per lui accade spesso che una gara abbia due finali, la prima contro gli avversari, la seconda contro l’asticella.
Uno dopo l’altro gli altri terminano la propria competizione, Duplantis rimane, l’asticella sale 6,15.
Mondo supera anche quella, record dei Campionati e quarto titolo europeo consecutivo.
Gli avversari sono finiti, lui ha continuato a saltare è una delle immagini che Birmingham consegna al futuro.
L’ULTIMO GIRO DELL’EUROPA
Adesso l’Alexander Stadium sta davvero arrivando alla fine.
Sono trascorsi sette giorni. Le tribune hanno visto campioni, sconfitte, record, sorprese. L’Italia e la Gran Bretagna stanno combattendo anche un’altra gara, quella del medagliere. Il 7,00 di Iapichino ha appena restituito agli azzurri un oro pesantissimo. La 4×400 femminile aggiunge un bronzo, rimane una gara la 4×400 maschile, l’ultima dell’intero Campionato.
Quattro uomini per l’Italia: Edoardo Scotti, Luca Sito, Mohamed Soudassi, Lorenzo Benati, quattro giri.
Il testimone passa da una mano all’altra mentre l’Alexander Stadium comprende progressivamente che la settimana intera sta per essere decisa lì. Italia e Gran Bretagna rimangono vicine. I padroni di casa corrono davanti al proprio pubblico, gli azzurri sanno che quell’ultima gara vale molto più di un’altra medaglia, ultimo cambio, ultimo giro, ultima curva.
Il rettilineo dell’Alexander Stadium si apre davanti agli ultimi frazionisti, per qualche secondo non esistono più i sette giorni precedenti, non esistono Battocletti, Hunt, Tamberi, Díaz, Iapichino, Duplantis, non esistono le statistiche.
Esistono due uomini e una linea bianca, Italia, Gran Bretagna, traguardo.
Non basta guardare, bisogna aspettare il tempo ufficiale:
Italia 2:59.16.
Gran Bretagna 2:59.19.
Tre centesimi, l’Italia è campione d’Europa della 4×400 maschile, e l’ultima gara di Birmingham consegna agli azzurri anche il primo posto definitivo nel medagliere.
È difficile immaginare una conclusione più perfetta per una manifestazione durata sette giorni: cinquanta titoli, migliaia di gesti atletici, decine di finali e alla fine una delle battaglie decisive si risolve in tre centesimi di secondo.
«LA MIGLIOR SPEDIZIONE DI SEMPRE»
Quando tutto termina, i numeri italiani sono questi: 10 ori, 6 argenti, 6 bronzi, 22 medaglie, primo posto nel medagliere. La Gran Bretagna chiude seconda con 19 medaglie e nove ori. Due anni prima, a Roma, l’Italia ne aveva conquistate 24 con 11 titoli. Birmingham produce numeri leggermente inferiori, ma aggiunge qualcosa che statisticamente è molto più difficile misurare: la conferma.
Roma era casa. Birmingham no. A Roma l’Italia aveva il proprio pubblico; a Birmingham il fattore campo apparteneva proprio alla nazione che fino all’ultima gara le ha conteso il vertice. Ecco perché le parole del presidente FIDAL Stefano Mei assumono un significato preciso quando definisce Birmingham «la miglior spedizione di sempre». Mei sottolinea come questa volta la squadra abbia vinto attraverso prestazioni di altissimo livello in una competizione più equilibrata, riuscendo comunque a terminare davanti a tutti.
È una valutazione che va oltre il conteggio delle medaglie. La differenza tra un grande momento e una grande epoca sta spesso nella capacità di ripetersi quando cambiano lo stadio, il pubblico, le condizioni e persino alcuni protagonisti. Birmingham ha detto questo dell’Italia: Roma non era rimasta a Roma.
Eppure sarebbe un errore trasformare questi Europei esclusivamente nella celebrazione della Nazionale azzurra. Birmingham appartiene a tutti coloro che hanno saputo vincere. Appartiene a Werro che resiste a Hodgkinson e abbatte un record che durava dal 1982; a Warholm e Tentoglou che continuano a vincere Europei; a Hudson-Smith che conquista il titolo sulla pista della propria città; a Čeh e Almgren; a Duplantis che porta l’asticella a 6,15; ad Amy Hunt che in sette giorni conquista quattro ori e realizza qualcosa che nessuno aveva mai fatto nella storia della manifestazione. Appartiene a Battocletti, Iapichino, Díaz, Fabbri, Tamberi, Derkach. Appartiene a ogni atleta salito sul gradino più alto dopo essere arrivato a Birmingham sapendo che il proprio nome e il proprio curriculum non avrebbero spostato di un centimetro una linea di battuta, abbassato di un centimetro un’asticella o accorciato di un metro una pista.
Perché vincere a questo livello non è mai normale e non dovrebbe diventarlo nemmeno per chi racconta lo sport.
QUANDO LO STADIO RESTA VUOTO
Poi accade quello che accade sempre, gli atleti se ne vanno, il pubblico lascia le tribune, le telecamere vengono spente. La pista dell’Alexander Stadium rimane lì, non corre più nessuno, le pedane sono vuote. Quel 18,15 non compare più sul tabellone, il 7,00 di Larissa non è più scritto accanto al suo nome. L’asticella di Duplantis è stata abbassata. Il traguardo della 4×400 è tornato semplicemente una linea bianca.
Ed è proprio allora che comincia un altro lavoro, quello della memoria.
Tra cinque anni Birmingham 2026 sarà storia, tra dieci lo sarà ancora di più. Tra venti qualcuno cercherà Nadia Battocletti, Amy Hunt, Andy Díaz Hernández, Larissa Iapichino, Armand Duplantis, Gianmarco Tamberi o uno degli altri campioni di questa settimana e arriverà fino all’agosto del 2026.
Dovrà trovare tempi e misure, ma non basterà.
Dovrà poter ritrovare l’ultimo giro di Nadia, Il tabellone che mostra 18,15. Sawyers che atterra a un centimetro da Larissa, Werro che sente Hodgkinson arrivare e continua a correre, Duplantis rimasto solo davanti all’asticella, Amy Hunt che attraversa Birmingham conquistando quattro ori. Scotti, Sito, Soudassi e Benati che portano un testimone fino all’ultimo traguardo dell’Europeo. Tre centesimi che dividono l’Italia dalla Gran Bretagna, il pubblico, l’attesa, la fatica, il gesto, il traguardo.
Perché un risultato dice chi ha vinto, la memoria deve raccontare come.
Il 16 agosto 2026 Birmingham ha spento le luci, i Campionati Europei erano terminati, la loro storia aveva appena cominciato.
BIRMINGHAM 2026 | LA MEMORIA DELL’EUROPEO
Manifestazione: Campionati Europei di Atletica Leggera
Sede: Alexander Stadium, Birmingham, Gran Bretagna
Date: 10-16 agosto 2026
Italia: prima nel medagliere
Medaglie italiane: 22
Ori: 10
Argenti: 6
Bronzi: 6
Seconda nazione: Gran Bretagna, 19 medaglie e 9 ori
Edizione precedente: Roma 2024 — Italia 24 medaglie, 11 ori
Ultima gara: 4×400 maschile — Italia 2:59.16, Gran Bretagna 2:59.19
Quartetto campione d’Europa: Edoardo Scotti, Luca Sito, Mohamed Soudassi, Lorenzo Benati
Le immagini consegnate alla storia: la nuova doppietta 5.000-10.000 di Nadia Battocletti; i 18,15 metri di Andy Díaz Hernández; il 7,00 di Larissa Iapichino; i quattro titoli di Amy Hunt; il 6,15 di Armand Duplantis; l’1:54.81 di Audrey Werro; il quarto Europeo outdoor di Gianmarco Tamberi; l’ultima 4×400 decisa per tre centesimi.
Birmingham 2026. Sette giorni di atletica. Una pagina della memoria dello sport




